“Essere Burlo”: molto più di una professione, un’identità condivisa

Cosa significa, oggi, far parte di un’istituzione come l’IRCCS Burlo Garofolo? Non è solo una questione di competenze cliniche o di eccellenza scientifica; è qualcosa che scava più a fondo, toccando l’identità stessa di chi, ogni giorno, varca le soglie del nostro ospedale.

Il Prof. Egidio Barbi – Specialista Pediatria e Anestesia, Direttore di Dipartimento Pediatria e della Clinica Pediatrica dell’IRCCS Burlo Garofolo, Professore Ordinario di Pediatria e Direttore della Scuola di Specializzazione in Pediatria dell’Università degli Studi di Trieste – vive questa realtà dal 1999.

In questa testimonianza, ha descritto l’“essere Burlo” come una vera e propria fortuna. Ma in cosa risiede questa fortuna?

Una visione ampia del bene comune

Essere parte del Burlo significa condividere una visione della professione medica che va oltre la singola cura. È l’impegno a guardare al bene del paziente in un contesto più ampio, che abbraccia la società nel suo insieme. Lavorare qui è un privilegio perché questa missione non è un impegno solitario: la forza del Burlo risiede nel fatto che la maggioranza delle persone che lo compongono condivide la medesima prospettiva. Questa sintonia d’intenti trasforma le sfide quotidiane in un percorso comune, rendendo il lavoro non solo più semplice, ma anche stimolante.

La presa in carico: oltre la consulenza, il lavoro di squadra

Parlare del bene del paziente significa, in primis, porsi l’obiettivo di offrire cure veloci, concrete e complete. Al Burlo cerchiamo di guardare al di là del mero dato organico, vedendo il bambino nel suo insieme. Questo approccio richiede la presenza di tutti gli specialisti necessari in tempo reale, ma con una sfida precisa: non parcellizzare la patologia.

In altre parole, per essere bravi bisogna parlarsi tra specialisti e sentirsi responsabili fino a quando non si trova una risposta definitiva. Nei problemi complessi e gravi, non ci si può limitare a far “girare” richieste di consulenza che si limitano ad affermare o negare un problema, rischiando di deresponsabilizzare la presa in carico. “Essere Burlo” significa rifiutare la visione della medicina come una somma di pareri isolati, per abbracciare un lavoro di squadra dove la responsabilità del percorso di cura è sempre condivisa.

Un’unità culturale che si rigenera

Si potrebbe parlare di un vero e proprio “DNA” dell’ospedale. Quella che il Prof. Barbi definisce come un’unità culturale, è una forza che si automantiene e si riproduce nel tempo. Non è un concetto astratto, ma uno spirito che si respira nei corridoi, che anima i professionisti e che viene tramandato alle nuove generazioni, a partire dalla Scuola di Specialità.

È questo spirito di appartenenza a una scuola di pensiero e di cura che permette al Burlo di restare, dopo 170 anni, un punto di riferimento. “Essere Burlo” significa, in ultima analisi, essere custodi di una tradizione che guarda al futuro, mettendo sempre il bambino e la famiglia al centro di ogni pensiero.

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